CASERTA

Sono stati gli Osci, i Sanniti e i Romani a lasciare le prime testimonianze delle loro civiltà all’origine della città di Caserta. Alcuni fanno risalire la fondazione agli Osci, altri ai Sanniti. Intorno al 423 a.C. si insediarono i Sanniti che le diedero il nome di Calatia. Nel 211 a.C. Calatia si alleò con Annibale contro i Romani, ma in seguito alla vittoria dei Romani la città venne suddivisa in grandi appezzamenti sotto il controllo di Roma.

Nel Medio Evo è il monaco Ercherperto che, nell’Historia Langobardorum Beneventanorum, racconta la fuga degli  abitanti di Calatia nel IX secolo: Pandone il Rapace, capo dei Longobardi di Capua, distrugge la città e fa costruire, nell’863, una torre come simbolo della sua feroce conquista.

Costruita con una perfetta simmetria nelle strade, a emulazione delle città romane, l’attuale città di Caserta divenne sede di una cattedra vescovile. Il nucleo vitale cittadino, trasferitosi qui nel XVI secolo proprio nel luogo che era chiamato la Torre, aveva già lasciato Casertavecchia. Solo qualche secolo dopo anche il vescovo si insediò nel borgo di Falciano, in un edificio che venne poi adibito a caserma (oggi conosciuto come ex Caserma Sacchi).

Luogo vivace di incontro e di mercato, Caserta diventò presto famosa anche per il palazzo degli Acquaviva, i conti di Caserta, che lo ereditarono nel 1511 dai conti Della Ratta: questi  si erano estesi nel territorio tutt’intorno alla torre con un edificio rinascimentale fortificato e con un giardino che aveva saputo suscitare lo stupore di viandanti del XVI e XVII secolo.

I principati di Napoli, Salerno e Capua cominciarono a contendersi la città. Fino al IX secolo Casertavecchia assistette a un notevole incremento della sua popolazione: le incursioni saracene costringevano gli abitanti della pianura a rifugiarsi in luoghi montani più sicuri, fenomeno che fece trasferire anche la sede vescovile nel borgo montano. I Normanni infine conquistano Caserta nel 1057.

I nuovi conquistatori, duri e severi, riportarono un po’ di ordine in città. Accanto ad un incremento della popolazione e della vita urbana, sorsero la cattedrale, voluta dal vescovo Rainulfo, il palazzo vescovile ed altri importanti edifici pubblici. Il borgo, passato agli Svevi, conobbe il suo momento di maggiore importanza sotto il conte Riccardo di Lauro, del casato dei Sanseverino, consigliere e fiduciario di Federico II di Svevia. In questo periodo iniziarono i lavori del campanile e si aggiunse al castello la grande torre cilindrica, detta «Maschio», coeva delle famose architetture federiciane di Capua (1224-1239).

Con la conquista angioina (1266) la contea fu affidata temporaneamente a Federico di Laisalto. Successivamente, re Carlo D’Angiò la confiscò per assegnarla a Guglielmo de Beaumont, ammiraglio francese. Nel 1269, alla morte di Belmonte (italianizzazione di de Beaumont), la contea venne affidata a Bertrando del Balzo e nel 1283 passò a Ludovico Roheriis, già giustiziere di Calabria e poi di Terra di Lavoro. Nel 1310 tutta la contea passò al catalano Diego de Lahart (italianizzato in Della Ratta), di cui parla il Boccaccio nella sesta giornata del Decameron.

Nel 1509 Caterina della Ratta, ultima erede della contea della sua famiglia andò in sposa ad Andrea Matteo III Acquaviva d’Aragona, per essere affidata in seguito in eredità ad Anna, ultima erede degli Acquaviva, la quale sposando nel 1618 Francesco Caetani 8º duca di Sermoneta, lo stato di Caserta rimase di proprietà di questa famiglia fino a quando, a causa di ingenti debiti, tutto venne ceduto ai Borbone di Napoli. I Borbone, in particolare re Carlo III, dal 1750 pensarono di costruirvi la reggia borbonica.

L’esigenza del re di Napoli di costruire una nuova reggia a Caserta rispondeva a tre ragioni: la necessità di coistruire una residenza che fosse più lontana dal mare rispetto al Palazzo Reale di Napoli, sempre sotto la minaccia di un attacco da parte della flotta francese; il desiderio del re di disporre di una residenza estiva per il riposo; infine l’orgoglio reale: venne ordinato al Vanvitelli di progettare allora una residenza che per magnificenza fosse superiore a qualsiasi altra reggia europeea.

Alla fine del XIX secolo e all’inizio del XX, Caserta era una cittadina che si sviluppava intorno alla Reggia. Dalla Seconda guerra mondiale, dopo la resa di Caserta, la città esce distrutta e tutta da ricostruire. Lo sviluppo urbanistico e le necessità economiche del Dopoguerra portarono alla forma attuale della città.

Monumenti e luoghi d’interesse
Oltre alla città di Caserta con la Reggia di Caserta e gli altri monumenti cittadini, il patrimonio artistico comprende anche il Belvedere di San Leucio (inserito con la Reggia nel patrimonio dell’umanità) e il borgo medioevale di Casertavecchia.

La Reggia di Caserta
La Reggia, il Palazzo Reale di Caserta, è una dimora storica appartenuta alla famiglia reale della dinastia Borbone di Napoli, proclamata Patrimonio dell’umanità dall’UNESCO. Circondata da un vasto parco è identificabile in due settori: il giardino all’italiana ed il giardino all’inglese. Sul lato ovest della reggia sorge la chiesa di San Francesco di Paola che fa parte di un complesso un tempo convento dei Frati Minimi, fondato nel 1605 da Andrea Matteo Acquaviva, oggi ospedale militare.

San Leucio
Re Ferdinando cercò di dar vita ad una comunità autonoma (chiamata appunto Ferdinandopoli) sulle alture di san Leucio: il complesso, davvero straordinario, comprende il Belvedere con la vista sulla piana di Caserta e il Golfo di Napoli, gli appartamenti reali, il giardino all’italiana e l’annesso Museo della Seta, dov’è possibile visitare i macchinari del Settecento con cui si tesseva la seta diventata famosa in tutto il mondo (richiesta per esempio alla Casa Bianca, a Buckingham Palace e al Quirinale). Il re fece costruire anche i quartieri San Carlo e San Ferdinando, destinati agli operai della fabbrica della seta: in un famoso editto re Ferdinando dichiarò l’istituzione (da qui la sua antesignana utopia) di una sorta di società perfetta, chiedendo ai cittadini di San Leucio l’abolizione di ogni forma di lusso e assoluta uguaglianza economica. Era la teoria di una società autosufficiente, che avrebbe dovuto vivere producendo quella la seta che poi, negli anni, diventerà simbolo del desiderio, della laboriosità e dell’eccellenza italiana.